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Me
pader a l'era ü zombi a l'incotrare
(ortografia bergamasca in fase di perfezionamento)
Me padèr
l'era stès di zombi,
ànse, mìa propi stès, perché ol zombi
a l'è ü cadaer chel camina.
Ol me pa', invece, a l'era un om viff
che podea mia caminà.
Me pader a l'era stes di zombi,
ma all'incontrare...
L'era mia ü corp mort chel sa möf,
ma ü corp viff chel sa movìa mìa
e parìa quase come fodéss mort.
Ma sa recorde amo adess de quando caminaa.
E a me, che sere picinì,
ma portaa semper in montagna.
E pò anche al mar, visì ai marmi.
E sogaa con me dent in de l'acqua:
prima ma lanciaa per aria e
dopo gregnaa insema a me.
E ma cuntava i storie per fam durmi.
E m'ha insegnat a guidà ol tratur,
anche se me andae stort a scavà i foss.
Ma sares piasit che m'avres insegnat anche
a portà la machina. Ma l'era zemo malat.
Me pader a l'era stes di zombi,
ma all'incontrare...
E pudia mia parlà, ma di occ sa capia tot.
E me, me la regorde più la so uss,
pianse quase al penser e
ma piaseres iga qualche registrasiù de 'scolta.
Me la regorde prope mia la uss de me pader.
O forse a l'è ol cor che vol mia famela recordà.
So mia cosa li sperava per me o per lù.
So mia be cos' al pensaa me pader.
Quando che sucett i brot laur, u scet vores
semper che fodess stac diers.
Me pense che sares stac bel anda a fa i rifugi insema.
Pense che avria pudit soga a fubalino,
avria pudit andà a mangià una pissa
o bif o vi insema a Nedal...
Ma sa immagine mia cosé che potevi fa con me pader:
ho mai fat negot e so mia cosa i fa i scec cun ti pader.
Però anche fa negot, l'era bel istess,
se me pader fodess mia stac malat.
E magare litigà e vusà...
Arabias tant e po perdunas.
Adess che l'è mort pò, me pense che
sares stac bel iga dei ricordi bei.
Ona qualche esperienza, qualche vacansa...
Magare de soga a ciama ol du insema i parec
e vardà i diapositive toc 'nsema.
Ma sares piasit de faga et ol me scet o
faga conos la me dona.
Ma ormai al ghe piò, pasienza...
Me pense che lù, sel gherà amo,
ma rimproveraa sicuramente ol fat de fome ol toscà.
E de spent i solc nel vì, invece de metii via.
Ma avres dec de andà a belase in machina,
e de fa ol brao.
Una cosa che non sarò
mai in grado di fare
1. e4 e5
2. Nf3 Nc6
3. Bb5 a6
4. Ba4 Nf6
5. O-O Be7
6. Re1 b5
7. Bb3 d6
8. c3 O-O
9. h3 Nb8
10. d4 Nbd7
11. c4 c6
12. cxb5 axb5
13. Nc3 Bb7
14. Bg5 b4
15. Nb1 h6
16. Bh4 c5
17. dxe5 Nxe4
18. Bxe7 Qxe7
19. exd6 Qf6
20. Nbd2 Nxd6
21. Nc4 Nxc4
22. Bxc4 Nb6
23. Ne5 Rae8 |
24. Bxf7+ Rxf7
25. Nxf7 Rxe1+
26. Qxe1 Kxf7
27. Qe3 Qg5
28. Qxg5 hxg5
29. b3 Ke6
30. a3 Kd6
31. axb4 cxb4
32. Ra5 Nd5
33. f3 Bc8
34. Kf2 Bf5
35. Ra7 g6
36. Ra6+ Kc5
37. Ke1 Nf4
38. g3 Nxh3
39. Kd2 Kb5
40. Rd6 Kc5
41. Ra6 Nf2
42. g4 Bd3
43. Re6 1/2-1/2
(Fischer vs Spassky) |
L'amore ai tempi del
traduttore di Google
Lo so che è
stata solo una cosa di una notte, lo so. Non pensavo fosse qualcosa di
diverso e nemmeno ci speravo. Solo vorrei che capissi che ieri sera noi
abbiamo fatto l'amore e la cosa ha soltanto una vaga attinenza con il
sesso. Non so come lo diciate voialtri...
Non c'è niente tra di noi, quasi non ci conosciamo e, realisticamente,
non ci incontreremo spesso. Se ci contatteremo sarà strano, sarà
imbarazzante, sarà inutile o ipocrita. Alla fine che senso avrebbe? Non
abbiamo niente in comune noi, non ci brucia nessun fuoco dentro.
Siamo stati bene. Una notte. Siamo stati insieme. Abbiamo fatto l'amore,
come due innamorati. Siamo stati amanti interinali.
Eppure tu ieri per me sei stata l'unica. Ti ho amata come si ama una
sposa. Ti ho guardata come si guarda una rosa. E pazienza se questa rima
banale nella tua lingua non riuscirà, la cosa importante è la mia
sincerità. Ieri, solo ieri, ti ho voluto bene, ti ho baciata con
tenerezza e ti ho abbracciata con affetto. Ti ho amata e mi sono sentito
amato.
E non ti chiedo niente. Non voglio saperne di inscenare una farsa, non
mi va di mantenere i contatti per un po' e poi diluire un rapporto
insano, nato solo per giustificare una notte di passione. È stata una
notte stupenda, è stata una notte unica: l'unica notte del nostro amore.
Continuerò a ricordarti nei miei pensieri, ma serenamente e sorridendo.
Questo perché sei bella e perché ci siamo amati. E ti ringrazio di
tutto.
Je sais que c'était juste une nuit, une seule chose, je sais. Je ne
pensais pas qu'il était quelque chose de différent et nous avons même
espéré. Seule la nuit dernière, j'ai réalisé que je voudrais que nous
faisions l'amour et il n'a qu'un intérêt vague pour le sexe. Je ne sais
pas comment dire le reste d'entre vous...
Il n'ya rien entre nous, nous connaissons à peine et, de façon réaliste,
nous rencontrons souvent. Si nous revenons sera étrange, il sera
embarrassant, il sera inutile ou hypocrite. En fin de compte quel est le
point? Nous n'avons rien en commun, nous ne brûlent pas de feu à l'intérieur.
Nous avons été très bien. Une nuit. Nous avons été ensemble. Nous avons
fait l'amour comme deux amants. Nous étions amoureux temporaire.
Pourtant, vous hier, vous étiez la seule pour moi. Je vous aimais comme
on aime une jeune mariée. J'ai regardé pendant que vous regardez une
rose. Tant pis si cette comptine dans le langage ordinaire ne peut pas
réussir, l'important est de ma sincérité. Hier, hier seulement, je vous
ai aimés, je l'ai embrassée tendrement, et j'ai embrassé avec affection.
J'ai aimé et senti aimé.
Et je ne demande rien. Je n'écoute pas de mettre en scène une farce, je
ne veux pas de rester en contact pour un «certain temps et puis diluer
une relation malsaine, née seulement pour justifier une nuit de passion.
C'était une nuit merveilleuse, a été une seule nuit: la nuit seulement
de notre amour.
Je vais continuer à toi dans mes pensées, mais calmement et souriant.
C'est parce que tu es belle et parce que nous nous aimions. Et je vous
remercie pour tout.
4' 10''
LA LA LA FA FA FA
RE RE RE RE RE DO RE DO
MI RE DO RE FA RE...
La formula uno come
dovrebbe essere
1) I test devono essere liberi ed esenti da limitazioni.
2) Le auto vanno progettate in conformità della regolamentazione
tecnica, ma questa non deve essere eccessivamente restrittiva, più che
altro dovrebbe essere una sorta di gentlemen agreement tra le scuderie
in cui ci si regola su cosa si può fare e cosa no.
3) Non mi interessa se il motore è turbo o aspirato, ma per lo meno dev'essere
un V10 o un V12 e, comunque, nessun propulsore dovrebbe avere una potenza
inferiore ai 900cv.
4) L'idoneità di una monoposto va testata anche per quanto riguarda le
prestazioni: per esempio se sul rettilineo di Monza una monoposto non
tocca i 370Km/h non dovrebbe essere dichiarata idonea alle corse.
5) La monoposto da gara e da qualifica non devono differire
tecnicamente. Detto questo abolirei il parco chiuso: un pilota ha il diritto/dovere di
correre nelle migliori condizioni possibili e con una macchina
perfettamente messa a punto. Piove? Assetto da bagnato. C'è il sole?
Assetto da asciutto. E se ti è venuta in mente una modifica che migliora
le prestazioni la fai, anche prima del via, e che cazzo...
6) Non esiste che uno sia obbligato a usare due mescole di gomme
diverse, ognuno monta i treni che vuole quando vuole.
7) La vittoria e i piazzamenti, dopo la bandiera a scacchi, diventano
insindacabili e esenti da penalità o annullamenti. I giudici sono come
arbitri che regolamentano la gara, dopo il traguardo quello che è
successo è successo.
8) Va bene utilizzare i giudici, punire con il passaggio nella corsia
box o con dei secondi di penalità, ma il giustizialismo fa male allo
sport: in gara capita di fare incidenti ed errori, ci sta, fa parte del
gioco...
9) Basta cambiare ogni anno il regole tecniche e sportive. Tutti i cambiamenti vanno votati dalle scuderie e vince la
maggioranza. Ogni modifica va proposta e discussa, come se fosse una legge
di una repubblica parlamentare. In ogni caso la ratifica del regolamento
deve essere perlomeno quinquennale.
10) Tutte le diavolerie che facilitano i sorpassi, tipo ala mobile o
kers, sono ben accette, ma vanno liberalizzate: ognuno le usa quando
vuole e non devono esserci differenze tra il sorpassante e il
sorpassato. Che siano i giudici a dire quando puoi sfruttarle è
vergognoso e ridicolo.
11) La riduzione dei costi è un bene. Certo, limitare il numero di
motori è triste, ma in un ottica di equilibrio tra scuderie ricche e
scuderie povere ci sta. L'importante è tener presente che la F1 non è la
GP2, ma l'acme di eccellenza tecnologica e prestazionale del motorismo
mondiale.
12) Una gara parte o non parte, non può iniziare dietro una safety car:
è umiliante per i piloti, per i tifosi e per lo sport.
13) Il format delle qualifiche a tre sessioni è meglio di quando c'era
il giro secco. Però, a mio avviso, uno dovrebbe avere un treno di
gomme, un tot di benzina obbligatorio con cui iniziare e poi, dopo un
ora, quello col tempo più veloce parte in pole (ai box si può tornare,
ma solo per delle regolazioni).
14) Sono per il sistema di punteggio "tradizionale": 10 punti al primo,
6 al secondo, 4 al terzo, 3 al quarto, 2 al quinto e 1 a sesto.
15) Bisognerebbe premiare con un punto iridato sia la pole position che
il giro più veloce in gara.
16) La safety car è utile per l'incolumità dei piloti, ma completamente
assurda ai fini della competizione: lo scopo di una gara e sorpassare e
arrivare primi, accodarsi in fila indiana senza poter far niente è uno
stupro in favore delle televisioni. Quando non ci sono le condizioni, o
si verificano incidenti, la safety car esce, conduce in sicurezza le
monoposto ai box e poi, una volta risolti i problemi, si inizia una
nuova procedura di partenza aggiornando la griglia.
17) I circuiti cittadini sono spettacolari, ma devono permettere il
normale svolgimento di un gran premio. In poche parole, se non
favoriscono i sorpassi, non andrebbero messi in calendario. Ovviamente
l'eliminazione di una pista storica in favore di un cittadino è
inaccettabile: Imola vince su Singapore, Estoril vince su Valencia.
18) Posso capire il business, ma mi pare evidente che l'interesse per la
formula uno sia prevalentemente europeo. Quindi i gran premi di Francia,
Svizzera, San Marino e Austria dovrebbero essere reintrodotti e
privilegiati rispetto ai nuovi Barhein, Abu Dhabi, Singapore, Corea,
India, Cina, ecc.
19) Una volta finita la stagione le corse mi mancano terribilmente. Per
questo, in linea di massima, sarei favorevole ad un mondiale da venti o
più gare.
20) Gli ordini di scuderia? Sono brutti, lo ammetto. Alla fine, però, un
pilota corre per una scuderia e non per sé stesso: fare ciò che è meglio
per la squadra, quindi, è un imperativo.
Non ho
mai avuto voglia di correre.
I monti mi piace guardarli dal basso.
Del mare preferisco la brezza e
al sole mi fanno male gli occhi.
L'edonismo vince a mani basse (come il delirio nei miei
ragionamenti)
Edonismo. Alla fine ho scelto lui. Forse non è giusto dire che ho
scelto, diciamo che ne ho preso atto: l'edonismo è la
pratica, anche se, in teoria, sarei più per un approccio epicureo. A
dire il vero, dentro di me sono ancora in conflitto. Sebbene ambisca al
raggiungimento di un piacere stabile e duraturo, forse non potrei mai
accontentarmi di un appagamento catastematico. Poi sono spaventato
dall'atarassia. Lo so, sono una persona confusa...
Epicuro paragonava la vita ad un banchetto. Nella sua metafora non sarei
il saggio che mangia il giusto, che si accontenta e poi se ne va senza
rimorso. Ho imparato a conoscere la mia natura: io sarei quello che si
abbuffa, cercherei di mangiare più che posso, attingendo dai vassoi con
le pietanze più buone e, una volta finita la festa, pazienza, morirei
soddisfatto. Nessun rimpianto comunque, ma pancia satolla.
L'eudemonia non so proprio cosa sia: il mio demone è decisamente un
cirenaico vizioso ed ingordo. Io ci provo a liberarmi dalla schiavitù
dei sensi, ma cado sempre nell'eccesso e non esiste tetrafarmaco che
possa aiutarmi nel raggiungimento della felicità.
D'altra parte sono solo un uomo. Sebbene ritenga che il segreto del
godimento stia nella moderazione, e che il raziocinio debba dominare e bilanciare il
delicato equilibrio tra la soddisfazione dell'edoné e la schiavitù dallo
stesso o dal surplus, il mio comportamento elude le mie convinzioni e mi
trasforma in uno smoderato incoerente, che si spinge sempre verso
l'esagerazione.
Forse è da questa mia debolezza, e dalla facilità con cui cado in
tentazione, che nasce la mia fascinazione per l'epicureismo, quasi come
se fosse sorta di filosofia in cui cerco redenzione. Oppure è l'edonismo
ad essere una risposta facile: una scusa che giustifica il mio
comportamento e mi evita di fare autocritica. Onestamente non saprei
dire, ma credo che, tra i fattori scatenanti di queste mie turbe
goderecce, giochi un ruolo importante il fatto che mio padre è morto
giovane, dopo una lunga malattia che l'ha praticamente privato di ogni
piacere possibile. Probabilmente è stata questa la genesi della mia
avidità edonista e della mia incapacità di saziarmi dopo un abbuffata di
qualsiasi tipo. Oggi prendo tutto quello che viene perché domani
potrebbe non esserci niente: è questo il mio motto, la mia regola
d'oro...
In ogni caso,
non posso accettare che la ricerca spasmodica del piacere, sebbene sia
una questione per me impellente, sia svincolata dall'etica (in questo
sono un po' kantiano). Credo nella libertà dell'uomo di soddisfare le
proprie voluttà, di cercar appagamento nel vizio, di soddisfare le proprie
pulsioni sessuali senza ipocrisie e di godere di tutte le cose belle della
vita; ma proprio per questo, perché vedo le passioni come fuochi nobili
che ardono nel cuore di ogni individuo, penso che rinunciarvi in nome di
pseudo rettitudine di stampo religioso sia squallido e degradante.
Adesso però ho delirato abbastanza, credo d'aver perso il filo e ho
deciso di chiudere così...
Tempo, lavoro, denaro e
felicità...
Il
tempo è l'unica cosa che conta. Non esiste, in tutto l'universo,
qualcosa di altrettanto prezioso. Nemmeno l'oro, nemmeno i diamanti, nemmeno
l'amore valgono tanto. Questo perché se qualcosa esiste è solo grazie al tempo. Per
vivere qualsiasi situazione, per gioire di qualcosa, per godere delle passioni e
degli affetti è necessario avere tempo. Anche la proprietà, di per sé, è
intrinsecamente legata al tempo. Infatti, paradossalmente, l'uomo non
potrà mai possedere veramente nulla eccetto il proprio tempo. Perfino la
vita è una concessione temporanea...
Il lavoro, al contrario di quello che dicono i nazisti, non rende
liberi. Lavorare è cosa buona e giusta, intendiamoci, ma c'è una
profonda dicotomia tra il guadagnarsi onestamente il pane e il
prostituirsi, svendendo il proprio tempo, accettando di vivere solo
marginalmente.
In ogni caso, visto che guadagnarsi il pane non significa mantenere il
surplus, sul fine per cui rinunciamo ad otto ore al giorno (tutti i
giorni, festivi esclusi) varrebbe la pena riflettere... A barattare il
tempo per il lusso, secondo me, ci si perde sempre e con tutto il denaro
del mondo, non solo non si può comprare la felicità, ma nemmeno trovi
chi ti vende un sessantesimo di minuto.
Non ho niente contro il denaro, "antropologicamente" ha rappresentato
un'innovazione incredibile, però ritengo vi sia una proporzionalità
inversa tra l'accumulazione dello stesso e la moralità di un individuo.
Con questo non voglio dire che un povero è automaticamente una persona
integerrima, ma che è la ricchezza ed il suo accentramento nelle tasche
di pochi ad essere immorale. Semplifico in modo pedestre: se a un leone serve una gazzella al giorno,
è inutile che ne catturi mille. Adesso, posso anche tollerare un felino
benestante, con un numero di gazzelle doppio o triplo rispetto al
fabbisogno giornaliero, ma non certo il leone opulento da mille
gazzelle: le sue prede rappresentano uno squilibrio sociale e una palese
ingiustizia. Avidità: è di questo che si tratta e, sebbene faccia rima,
la cosa non ha nessuna attinenza con la felicità. È vero che l'avido
vuole di più perché ritiene che la sovrabbondanza regali la letizia, ma
questo dimostra due cose: 1) l'ingordo non è appagato 2) la cupidigia
non porta da nessuna parte e genera soltanto un deleterio circolo vizioso.
Personalmente non credo che la felicità si possa ottenere, o che sia
causata da qualcosa in particolare, penso sia qualcosa di effimero ed
evanescente, insomma, qualcosa che capita, come la pioggia. Forse il
segreto non sta nel cercarla o in farsi in quattro per raggiungerla, ma
nell'apprezzare quando "piove". Sarà per questo che odio gli ombrelli?
Mi
sveglio, è mattina presto.
Vengo soffiato e innaffiato d'acqua.
I netturbini, puntuali, passano alle 6:20.
Io piglio il cartone e sloggio lesto,
che se me lo bagnano stanotte è marcio.
Puzzo. Ho una barba ispida. Bevo molto.
I denti che mi sono rimasti sono cariati.
Ho i pidocchi. Ogni tanto sputo sangue.
Campo con l'elemosina, sto sulle scale della metro.
Sganciano poco, ma poco è ciò che mi serve.
Uno o due euro per un panino, il resto è per il vino.
Di solito compro il rosso nel cartone. M'accontento.
Le sigarette le raccatto per strada. Fumo di rado.
L'ultima volta che ho avuto una donna
avevo trentasei anni, una casa e un lavoro.
Non ho amici, non ho sogni e non ho futuro.
Vagabondo e temporeggio aspettando la morte,
only this and nothing more...
Sono
affascinato dal fallimento
Il fallimento è una cosa bella:
riflette il coraggio di un'azione e non la vigliaccheria di una
reazione. Fallire significa fare, vuol dire prendere una posizione, tentare
una strada, rischiare... Io amo il fallimento, ne sono profondamente
affascinato! Questa mia affermazione, lo so, sa di paradosso, ma ritengo
che esprima bene ciò di cui sono fermamente convinto: anche se il
fallimento è soltanto un tentativo di successo, e sebbene non sia un
trionfo, è comunque un risultato migliore di quelli che si ottengono non
tentando affatto. A suo modo il fallimento è un successo. Detto così
sembra un delirio, come può sembrare banale e retorica l'implicita
esortazione a provare, a buttarsi e a cogliere l'attimo... Però,
purtroppo, è stata un'ovvietà che ho dovuto imparare a caro prezzo e
sulla mia pelle. Questo perché molte cose trite si sanno in teoria, ma
poi non sempre si mettono in pratica. E allora uno rimane con la testa
piena di aborti di idee, mentre nella realtà si nasconde dietro
l'abitudine usando la vita come alibi. Questo è il vero insuccesso,
questa è la vera condizione del perdente: quella di colui che fallisce
perfino il fallimento perché non ha nemmeno la forza di provare! E lo so
che pure questo sembra un vaneggiamento, ma io l'ho vissuto in prima
persona, l'ho visto, e lo vedo tutt'oggi, nella vita di chi doveva darmi
il buon esempio. Non saprei dire se un comportamento di questo tipo sia
insito nel DNA inconscio di un individuo, personalmente, visto che ci
sono cascato spesso, preferisco pensare che sia una consuetudine
terribile che ho appreso dal mondo esterno (nello specifico da
qualcuno). In ogni caso credo di aver vinto le battaglie contro
l'accidia e la paura, anche se può darsi che la vittoria consista nella
consapevolezza di avere un'attitudine negativa e quindi nel
controbilanciarla... Nei confronti dell'ignavia provo un disprezzo
agghiacciante, forse perché mi vergogno di esserci caduto, forse perché
temo di caderci ancora, oppure, semplicemente, perché la ritengo una
mancanza che svilisce ignobilmente la dignità di un uomo. Per questo,
alla fine, apprezzo il fallimento: l'aver provato, anche senza
risultato, mi appaga e mi soddisfa moltissimo. Sarà insano, ma è così...
Cosa si può chiedere di
più dalla vita?
Lucinda - Ain’t Going Down
to the Well
Way Down in the Hole
Falling Down
On the Other Side of the World
November
Hang Down Your Head
Jesus Gonna Be Here
Such a Scream
Rain Dogs
Picture in a Frame
Lucky Day
Christmas Card from a Hooker in Minneapolis
Innocent When You Dream
Lie to Me
Hoist That Rag
Another Man’s Vine
I’ll Shoot the Moon
Cemetery Polka
Big Black Mariah
Dirt in the Ground
Make it Rain
Black Market Baby
Cold Cold Ground
Come on Up to the House
(Teatro degli Arcimboldi 18.07.2008)
Nonsense
Il sollazzo dello zampirone non cessò di destare scalpore tra le uova di
iguana. Vola la marmellata. Capitomboli eterei e sperimentati dalla
lunga lungimiranza dell'orologio svizzero. Una corsa tra una lupara e la
folla della sagra paesana: la lupara vince a mani basse. Quando l'amico
del maratoneta stava morendo di cancro, il maratoneta arrivò in ritardo.
La vasca da bagno è piena e la cattedrale sfugge di nuovo. L'uovo? Lo
voglio strapazzato! La vecchia azienda di scarpe sta per fabbricare
battenti, non è colpa dello spazzacamino, tutto è successo per
l'elettricità statica, mentre un bottone sollevava una frusta di oro
zecchino. La vecchia palandrana di capperi saltellava come se fosse
Pasqua. Un'oliva cercava di superare un indomito stallone. La flanella
ricambia sempre ed è molto ospitale. Nonna! Ricamiamoci una bicicletta
di pantofole! Scivoliamo lungo l'asfalto alla cannella! Hai portato il
tuo cappello di moccio? Quando vogliamo andare a patire il lungo braccio
del rinoceronte? E uno pensa di essere arrivato a casa, ma i traslochi
sono sempre più veloci di lui. E la lucciola ama, ma solo se c'è Luna
piena. Quando il salumiere espone i frattali, l'acqua asciutta scivola
dolce sul picco di una montagna innevata.
Autocensura
sentimentale
Parlare di donne e delle mie relazioni sentimentali è una cosa a cui non
sono abituato. Di solito gli uomini lo fanno, lo fanno tutte le persone,
ma per me è veramente difficile. Se ci penso, non riesco a comprenderne
il motivo. Forse è perché sono un tipo terribilmente riservato e queste
cose preferisco tenerle private, visto che poi riguardano solo due
individui... Forse è perché detesto le vanterie maciste e i discorsi
superficiali e materialisti dei miei coetanei. Non voglio vantarmi
perché sono uscito con una donna, perché l'ho baciata o perché le
piaccio. Non voglio cadere nell'orribile clichè del "me la sono fatta",
il solo pensiero è umiliante e mi fa salire una carogna incredibile.
Vomito all'idea di ridurre i rapporti con l'altro sesso ad un giochino
infantile secondo cui bisogna sforzarsi di consumarsi la carne il più
possibile per poi sbandierarlo a quattro venti compiacendosi ed
esaltandosi. E magari segnare anche una tacca per ogni vagina in cui s'è
infilato il cazzo e poi gareggiare sentendosi migliori o peggiori degli
altri in base al numero delle ragazze avute. L'atteggiamento
maschilista, il testosteronico medagliere delle scopate, il
pavoneggiarsi e il cameratismo voyeuristico sono cose che detesto e
disprezzo. Per questo, per difendermi e preservarmi da queste derive
comportamentali, dentro di me è nato un tabù che riguarda la cronaca
amorosa. Non che sia un bene, sia chiaro, perché quando soffro per amore
poi non me la sento di parlarne: sono come bloccato e, anche
sforzandomi, non riesco a far uscire tutto il male. Del resto, però, tra
i tanti problemi della vita, l'amore è forse l'unico per cui è inutile
parlare. Spesso è stato questo pensiero a fermarmi: anche se avessi
raccontato del mio dolore a un amico, infatti, non sarebbe cambiato
nulla, lui non sarebbe riuscito ad aiutarmi e i sentimenti della persona
per cui soffrivo non sarebbero migliorati. Perché parlarne quindi? A
cosa sarebbe servito? Sarebbe stato come girare il dito nella piaga,
sarebbe stata solo una telecronaca masochista sulla mia situazione
sentimentale disastrata. No?
Non so cosa
scrivere. Mi capita spesso. La cosa, di per sé, non è un problema, ma
non capisco perché, quando non so cosa scrivere, io senta comunque il
bisogno di farlo. Perché me ne resto inebetito davanti a una tastiera?
Che senso ha indugiare nell'attesa di un'ispirazione? Mi sento un
Frankenstein del nero su bianco: un illuso che aspetta che un fulmine di
acume accenda i suoi neuroni, anche se sono morti e quasi del tutto
decomposti. So bene che dovrei dedicarmi ad altro e non perdere tempo,
ma rimango qui a covare in segreto la speranza che la penna inizi a
muoversi da sola, partorendo qualcuna delle mie solite elucubrazioni autoerotiche.
Non sono uno scrittore, non sono un brillante pensatore e
nemmeno mi riesce bene di raccontare questo magma infernale che mi porto
dentro. Però scrivere mi fa bene: mi aiuta a mettere a fuoco le cose e
mi facilita il ragionamento. Quindi, forse, quando mi sento perso o un
poco confuso, mi rifugio nella scrittura. Credo sia questo il fine,
oppure quello di sfogarmi e sviscerare le emozioni, cazzo ne so... E
adesso potrei scrivere del fatto che, parlando del non aver niente da
dire, in qualche modo abbia trovato un argomento. Potrei, ma a cosa
servirebbe?
Domani,
con l'oscurità del novilunio,
inizierà la caccia alla balena bianca.
Io, dalla mia parte, ho solo l'arpione, lei,
dalla sua, la cinica crudeltà della natura.
Forse verrò ingoiato dai flutti, forse
perderò la vita in questo poker bagnato.
Però rimanere sulla banchina del porto,
a questo punto, non significa arrendersi,
ma piuttosto cominciare a morire.
Considerazioni sparse sull'involuzione del Sapiens
In questo mondo contemporaneo, dove l'homo Sapiens è in decadenza, ci sono regole non scritte e convenzioni sociali che
bisogna rispettare. Alla mia età, per esempio, bisogna avere un lavoro:
un posto fisso a cui aggrapparsi con forza, senza perdere la presa, a
tutti i costi. Bisogna mandar giù qualsiasi rospo, sopportare se non
ti piace, ma, per nessuna ragione al mondo, si può lasciare un impiego sicuro...
La posizione sociale delle persone è importante, quindi, nella
pianificazione della nostra vita, bisogna tenerne conto. Le inclinazioni
personali, i sogni e le passioni, vanno represse o in qualche modo
arginate: potrebbero essere un ostacolo insormontabile per chi punta al
raggiungimento di una "certa posizione". Uno status degno di rispetto e
deferenza, magari ad alto reddito, è un elemento irrinunciabile per la
realizzazione personale. Un notaio sarà sempre meglio di un operaio,
quindi, ogni operaio, pur rimanendo tale, deve cercar di sembrare
notaio.
Il decoro, magari anche solo fittizio, è una componente rilevante della
rispettabilità di un individuo. I vestiti vanno scelti con cura e vanno
selezionati a seconda della frequenza statistica relativa (nel senso che
più di seguire una moda in generale, serve omologarsi alla cerchia a cui
si appartiene). Del resto l'estetica è di fondamentale importanza: è una divisa
simbolica che sancisce l'appartenenza a una specifica categoria sociale.
Il decoro, comunque, va confermato anche con il nostro comportamento:
ogni tipologia umana, infatti, ha una parte da recitare e allinearsi
alle sovrastrutture è, di fatto, un obbligo. Un avvocato che scoreggia e
bestemmia, o che circola con un'auto e un abbigliamento non consono al
suo rango, ad esempio, verrà discriminato e ostracizzato.
I beni materiali e di consumo attestano il nostro status. Più uno ne
possiede e ne sfoggia, più la sua onorabilità aumenta. Il surplus, in
questo senso, diviene assolutamente necessario e funge come indice del
benessere acquisito. Questa situazione porta la gente a lavorare, non
tanto per il proprio sostentamento, ma piuttosto per il lusso e il suo
mantenimento.
Uno degli obbiettivi della forsennata corsa al surplus è quello di
generare invidia. L'invidia è la benzina che alimenta la nostra
autostima: più ne attiriamo e più il nostro autocompiacimento ingrassa.
Il paradosso è che questa degenerata concezione esistenziale, porta
l'uomo a vivere la vita che vorrebbero gli altri, demolendo, di fatto,
ogni sua aspirazione individuale e impedendogli di coltivare la propria
felicità.
Una delle convenzioni sociali che è doveroso rispettare riguarda
l'amore. Più che curarsi dell'aspetto sentimentale o dell'evoluzione del
rapporto di coppia, è necessario "sistemarsi", ovvero fidanzarsi per poi
sposarsi e fare figli. Se sei un uomo, puoi evitare una relazione
stabile più a lungo di una donna. Gli uomini che a trent'anni non sono
fidanzati si chiamano "latin lover", le donne, invece, vengono chiamate
"puttane" o "frigide zitelle" a seconda della frequenza dei loro
rapporti sessuali.
La cultura e le arti sono cose importanti e degne di rispetto. Tutti
ambiscono ad essere ritenuti colti, ma quasi la totalità delle persone
confonde l'accumulazione di nozioni con l'intelligenza. In più, molto
spesso, l'interesse per il proprio lato intellettuale è meramente
teorico e non viene confermato dalla pratica (dove l'individuo convive
con un intelletto atrofico e malnutrito). Del resto nella vita non serve
essere intelligenti o colti, basta apparire come tali. Ecco, l'apparenza è il comandamento principe del ventunesimo secolo: non
serve essere, basta sembrare. Il secondo precetto predica il
conformismo, il terzo il consumismo, il quarto l'individualismo, il
quinto l'indifferenza, il sesto l'intolleranza. Sui precetti degli altri
quattro non saprei pronunciarmi, onestamente, ne ho gia abbastanza di
questi...
E m'hai
usato.
Solo per il sesso.
Troia del cazzo.
Passato
remoto
Ero appena uscita dal cinema,
dopo un bellissimo film d'amore.
Avevo nel cuore quel brivido felice
fatto di soddisfazione romantica.
Fantasticavo ad occhi aperti sapendo
che molto presto mi sarei sposata.
Era notte, in pieno inverno, faceva freddo e,
mentre camminavo, il mio fiato
sbuffava fumo senza tabacco.
Il cinema può riscaldarti l'anima,
ma non certo la carne e le ossa,
così, prima di tornare, ho optato
per un caffé amaro e dolci biscotti. Molti dicono di non ricordare
niente,
ma io ricordo tutto benissimo. Mentre guidavo lungo via Turati,
ho visto una bambina bellissima
guardare ammirata le bambole
di un negozio di giocattoli.
Lungo il viale Giulio Cesare,
stavano togliendo le luci di Natale. Molti dicono di non ricordare niente,
ma io ricordo tutto benissimo.
Mi sono fermata a un semaforo,
subito dopo l'edicola di via Dante e,
sulla mia destra, seduto sul marciapiede,
c'era un vecchio barbone sdentato.
Ci siamo guardati e io, imbarazzata,
ho sorriso. Lui, sorpreso, ha ricambiato.
Molti dicono di non ricordare niente,
ma io ricordo tutto benissimo.
Passato prossimo
Semaforo verde. Metto la prima e parto.
Alla mia sinistra un'auto non si ferma
al rosso, non rallenta nemmeno e viene
velocissima verso di me. Raggelo.
Capisco che lo scontro è imminente,
cerco di sterzare per evitare l'impatto
ma è tardi: è chiaro che verrò travolta
e presa in pieno. Aspetto la paura, ma
è lo scontro arriva prima. Poi il dolore.
A volte pochi secondi durano un'eternità.
Ricordo il rumore sordo dello scontro,
seguito dalle urla stridule della lamiera.
La portiera che si deformava e che,
imprigionava la mia carne. Il metallo
divelto mi schiacciava il braccio sinistro
Tutto questo in un istante, mentre l'auto
girava su sé stessa e poi cappottava.
Nello stesso secondo, e in quelli successivi,
la carrozzeria, sfondata, si stringeva
intrappolandomi la carne e le ossa,
frantumandomi il bacino, il femore e
fratturandomi le costole del lato sinistro.
A volte pochi secondi durano un'eternità.
Diversi frammenti ossei trapassarono
il polmone mentre il mio cranio veniva
colpito appena sopra la zona occipitale.
Alcune parti della mia faccia, lo zigomo
e l'orbita oculare, vennero maciullate.
Quando, dopo i ribaltamento, l'auto cadde
fermandosi, le lamiere mi tranciarono il braccio di netto. Tutto questo accadde
in un attimo, in una manciata di secondi.
Ricordo il dolore straziante delle ossa
che si spezzavano, il rumore del cosato
che cedeva e quel primo respiro, faticoso
e lancinante, in cui quel che rimaneva del
mio polmone collassato, invece di gonfiarsi
d'aria, mi spingeva il sangue in bocca.
Ricordo il calore dell'acqua bollente del radiatore sul viso
e le scintille metalliche del tetto che sfregava
mentre scivolavo sull'asfalto. Svenni subito.
Del soccorso e dei mesi successivi non ricordo
quasi niente, li passai in coma vegetativo.
Presente
Dopo i mesi di coma, mi dissero
che avevo subito diverse operazioni
chirurgiche. Le prime dieci per salvarmi
la vita, tutte le altre per ricostruire il mio
corpo quasi maciullato. Al posto del braccio
ho un moncherino mentre diverse placche metalliche tengono insieme il
mio bacino, il mio femore e le costole sfondate. Ho perso un polmone, un
rene e la milza. Sono orrendamente sfigurata: la mia pelle è ustionata e
squamosa, al posto dello zigomo sinistro c'è un innesto di pelle
molliccio e concavo. L'orbita oculare è stata spostata in alto e il mio
occhio, limitato nelle sue funzioni, dev'essere
irrorato artificialmente perché ho perso
i muscoli delle palpebre. Solo per questo,
per salvarlo e migliorarne l'utilizzo, ho subito
più una cinquantina di operazioni. Anche se
ora rimane sempre aperto, perlomeno ci vedo.
Il mio cranio è stato riparato con delle placche
in titanio e degli innesti ossei. L'orecchio non
c'è più e al suo posto c'è un buco raccapricciante
contornato dalla cartilagine. Non ho più il naso,
mi rimane un triangolo di carne viva con due
buchi. L'altro occhio ha subito un trauma e
il mio cristallino è bianco opaco. La mandibola è
stata rimessa in asse, resta fissata con una vite.
Riesco a muoverla ma ho perso quasi tutti i denti
del lato sinistro. Non sono paralizzata, ma nemmeno posso
camminare: è troppo difficile e faticoso. Non vado più al cinema, non mi
mostro in pubblico. I bambini che mi vedono piangono, per questo e per
altre ragioni ho smesso di fare la maestra. Non ho più un uomo, m'ha
lasciata l'ipocrita, dopo il coma. Ha preso come scusa il fatto che ho
perso l'utero e non posso avere figli.
Non posso dirmi felice al pensiero d'essere sopravvissuta quella notte.
Invidio l'autista dell'altra auto, lui almeno morì sul colpo.
Nell'autopsia si scopri che guidava ubriaco.
Mi par
di scivolar sul tempo
come fosse un fiume ghiacciato.
Torno a casa, faccio un respiro,
ed è di già il giorno dopo.
Così provo ad andare di fretta
per tentar di far qualcosa, ma
più corro, più il traguardo s'allontana.
E sono sommerso da utopie in sospeso
a cui non so rinunciare.
E mi par quasi di spostar l'oceano
una goccia alla volta.
L'inizio della fine
(scritto da mio padre)
LA MALATTIA È INCOMINCIATA
NEL '94 PERCHÉ NON RIUSCIVO A
TENERE IL BRACCIO DESTRO
SOLLEVATO IL TEMPO PER
AVVITARE UNA LAMPADINA.
A NOVEMBRE HO COMPERATO UN
SEGHETTO X POTARE LE
PIANTE PERCHÉ NON RIUSCIVO
CON LE CESOIE. A NATALE NON
RIUSCIVO A CAMBIARE LE
TENDE. NEL '95 IN MACCHINA
AVEVO SEMPRE LA MANO DESTRA
APPOGGIATA SULLA GAMBA E,
PER ACCENDERE LA RADIO,
INCLINAVO LA GAMBA E
FACEVO SCORRERE LA MANO
SULLA GAMBA PER AVVICINARLA
ALLA RADIO. A VOLTE
SENTIVO DOLORE AL BRACCIO E,
PER ALLEVIARE IL DOLORE,
LO STRINGEVO FORTE CON
L'ALTRA MANO. ALLA FINE DI
MAGGIO NON RIUSCIVO PIÙ A
SOLLEVARE I SACCHI DI
CONCIME DA 50 KG E IN QUALCHE
LAVORO CHE FACEVO
NELL'ORTO DOVEVO FERMARMI
A RIPOSARE. AD AGOSTO NON
HO FATTO PIÙ UN RIFUGIO
ALPINO. A SETTEMBRE SU
CONSIGLIO DI UN NEUROLOGO
PRESI UN APPUNTAMENTO IN
NEUROLOGIA: M'HANNO
PRESCRITTO UN ESAME DEL
SANGUE RISULTATO FUORI DI
MOLTO DALLA NORMA. IL
SECONDO ESAME ERA
L'ELETTROMIOGRAFIA, MA
L'APPUNTAMENTO SLITTAVA
NEL MARZO '96. HO LAVORATO I
PRIMI SEMESTRI DEL '96 E '97,
MI FERMAVO L'ULTIMO
SEMESTRE PER CURE CHE MI
ABBASSAVANO LE DIFESE. POI
INCOMINCIAI A USARE UN
VENTILATORE CON MASCHERINA
PER RECUPERARE ENERGIA.
E.
L'incandescente abbraccio
della tua carne pallida
è come una sinfonia di sogno
che rimbomba, all'unisono,
nel cuore e nel cervello.
Anche la cosa più viziosa,
tra ciò che abbiamo osato,
si trasforma in qualcosa
di dolce, puro, delicato e casto.
Sei come magma d'amore
che scivola sul mio sesso.
Cronistoria telefonico-romantica parzialmente autobiografica
Ho il tuo numero, me l'hai dato quando ci siamo rivisti al tuo paese. Ti
mando un SMS. Rispondi. Te ne mando un altro. Rispondi ancora. Poi
smetto, non mi va di esagerare...
Qualche giorno dopo sei diventata mia
amica in un social network. Una volta, dopo il lavoro, ti ho trovata online e abbiamo chattato per un'ora. Il giorno dopo ti ho mandato tre SMS,
Quello dopo ancora ti ho
telefonato. Ti ho strappato un appuntamento, o qualcosa di simile, col
mio modo rozzo e sconclusionato di fare.
Siamo usciti ed è andato tutto
bene. Per me è stato un po' strano, ero anche parecchio teso: non uscivo
con una ragazza da diverso tempo. La cosa più difficile è stato tenere
vivo il discorso. Non che mi mancassero le cose da dire, sono sempre
pieno di cose da dire, ma fare una cernita per non annoiarti è stato
difficile, alla fine non ti conoscevo benissimo. Poi è sempre una
battaglia con me stesso, tendo alla malinconia e posso cadere in momenti
di silenziosa riflessione. È filato tutto liscio, comunque, e la sera
stessa abbiamo battuto il record con sette SMS. Uscire con te è stato un
bene, mi sono divertito, ma ho sentito anche una sorta di paura
diffidente che non sono riuscito a decifrare.
Quattro SMS il lunedì,
cinque il martedì. Il mercoledì sera, però, ti telefono, che così
giovedì usciamo. Ti invito a cena e tu accetti: mangiamo,
passeggiamo e parliamo. Avevi detto: "niente dolce che sono a dieta", ma
c'è scappato un gelato: lo mangiamo, poi passeggiamo e parliamo. Ad un
certo punto ci siamo fermati, ti ho presa in giro e tu hai riso. Ti sei
avvicinata e m'hai baciato. È stato bello ma ricordo d'aver pensato che
per un bacio era momento strano, sembrava quasi fosse qualcosa di
cercato in modo forzato, come se dovessimo interpretare una scena da
film. Ma queste sono le mie solite paranoie, baciarti m'è piaciuto,
anche se già c'ho il magone. Che non è quello della scuola, non sono
finite le vacanze. C'è qualcosa di strano, mi sa che in queste cose ho
bisogno del mio tempo: ho la digestione lenta, se forzo mi rimane tutto
sullo stomaco.
E le cose sono andate avanti bene, almeno così m'era
sembrato: un SMS, due SMS, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto,
dieci, venti, trenta, quaranta. Due ore e quaranta minuti di telefonate.
Siamo usciti a cena tre volte e al cinema due. Sei stata simpatica,
m'hai fato ridere. È una cosa inusuale per me, di solito sono io a
strappare un sorriso. La prima volta che abbiamo fatto l'amore è stato
stupendamente naturale, è stato diverso da tutte le mie altre volte e
poi ti ho desiderata parecchio. Forse abbiamo aspettato il tempo giusto,
forse abbiamo colto l'attimo, non saprei dire quale sia il motivo, ma è
stato magico: mi sono sentito, non so come dire: in pace? sereno?
Sembrava di essere già rodati, insomma, come se lo facessimo da sempre.
Comincio a covare qualcosa. Provo a razionalizzare.
Nel frattempo continuo con le chiamate e gli SMS. Continuiamo pure con
il social network.
Usciamo, giochiamo, parliamo. Una sera che piove, ci ripariamo sotto un tetto e tu mi
baci. Ti abbraccio tenendoti sotto la mia giacca marrone di lana cotta. Ma
mi sento strano, non sono infelice ma neppure felice.
Provo ad ascoltare il mio cuore. Il solito verdetto: non sento niente,
anzi, non so cosa sento, anzi, sento solo paura. Il panico è più forte
di tutto. Sono confuso. Sono impaurito. Ti mando tre SMS, non ti chiamo
più ma alla fine mi chiami tu. Non lo dici ma mi trovi più freddo. Forse
sono io che mi immagino tutto. E c'ho un magone che mi stringe lo
stomaco. Mi sento come se mi mancasse l'aria. Come se fossi intrappolato
in una situazione diventata pesante. Mi sono cacciato in un guaio, in
qualcosa più grande di me.
Tre SMS, poi due. Rispetto all'inizio si è
ribaltato tutto: tu scrivi e io rispondo. Due SMS e divento sfuggente,
me ne rendo conto. Forse sospetti qualcosa. Vuol
dire che sei più lucida di me. Io sono annebbiato e ingabbiato dal
terrore. Mi viene quasi da piangere, non reggo la situazione. Due SMS. Ho
raggiunto il mio limite, sono stravolto e cedo di schianto. Invento una
scusa e ti bidono, esco con i miei amici. Mi sento l'anima in tumulto. Parlo
poco e forse sono un po' strano. Loro non si accorgono di niente,
taciturno e strano, del resto, lo sono spesso.
Un SMS. Non ti
rispondo e mi sento stronzo. Però non non so cosa dire, cosa scriverti. Due SMS. Vuoi vedermi. Vuoi parlare. Io non
ce la faccio più, mi viene da piangere e mi sento un assassino. Tu sei
affettuosa. Sei simpatica, ma forzata: hai capito. Ci vediamo. Parliamo.
Penso alla mia brutta abitudine d'ingigantire e complicare le cose: alla
fine ci conosciamo da poco, almeno intimamente. Io ho rimuginato dall'inizio, sono
macchinoso e paranoico e magari tu non l'hai presa così seriamente.
I
nostri discorsi sono vaghi, è tutta un'attesa di quello che deve succedere. Non sono
mai stato così male e vorrei morire. Parlo poco. Tu hai capito, ormai è
evidente. Non sono mai stato pratico di queste cose, non so cosa
dire. Non voglio temporeggiare, è una situazione insostenibile. Soffro
terribilmente. Tu mi vieni incontro. Senza giri di parole arriviamo al
punto. Non so cosa succede di solito. Non so cosa dirti, non so se è
meglio essere sincero, se ammorbidire o essere brutale. Poi ci sono degli istanti lunghi
come tutta una vita. E silenzi imbarazzanti. Tutta questa situazione l'ho
resa più grande di quello che è in realtà. Sicuramente esagero: alla
fine potrebbe non fregartene niente di me. Ci conosciamo da poco.
Mi
sento di merda. davvero di merda, ma ancora non è niente. Tu ti alzi, mi
dici: "peccato". Mi abbracci e mi saluti. Sembrerebbe bello come addio,
anche se, in quanto tale, è comunque brutto. Poi però ti vedo gli occhi
lucidi e, vagamente, forse una lacrima. Non so, forse me la immagino, ma
è la cosa che mi uccide. Lo so, è
solo colpa mia. Anche ora che è tutto finito non mi sento affatto meglio.
Non ti
sento più. Non ti sentirò più. Mi ha tolto dagli amici del social
network. Zero SMS. Zero telefonate. Per un po' mi sento in colpa.
Poi mi passa. Quando ti ripenso però il dolore ritorna, ed è terribile.
Forse non sono fatto per l'amore. Forse ho fatto un errore. Ma non ci
voglio pensare: è troppo straziante.
A volte, per trovare la vita,
bisogna cercare il tempo.
Sceneggiatura
per film porno
(lettura sconsigliata alle persone sensibili)
Scena 1: un negro (negro nei film porno si può dire) serve al bancone di
un fruttivendolo. Prende un anguria matura, la incide facendoci un buco,
ci infila il membro e comincia a pompare. Questo succede davanti a
tutti. Poi una vecchia dai capelli argentati chiede delle arance, il
negro smette di pompare e la serve con il membro penzolante. La vecchia
paga e l'uomo ritorna a pompare l'anguria.
Scena 2: un uomo vestito da gorilla infila una banana nella vagina di
una donna vestita da infermiera. La donna è messa a novanta e fa il
verso della gallina. Dopo l'orgasmo si abbassa a gambe aperte mentre le
esce un uovo dal culo.
Scena 3: un prete si sveglia, guarda l'erezione mattutina, si
scandalizza e piange.
Scena 4: un benzinaio si masturba mentre fa il
pieno a una bella signora con il Mercedes. Si fa pagare mentre sta per
venire poi le sborra in bocca.
Scena 5: Dopo la posizione del missionario sotto le coperte, un uomo si
alza in piedi e urla disperato:"BANALE!". Subito dopo si spara in testa
mentre la
donna ride in modo isterico.
Scena 6: un cane annusa nell'aria l'odore di una cagna in calore e,
smaniando, comincia a fottere la gamba della padrona novantenne.
Scena 7: un uomo va in un negozio di vestititi, si prova un abito
elegante e, nel camerino, si infila una matita nell'uretra.
Scena 8: Si vede l'interno di un water usato da una donna mentre esce
uno stronzo. Poi si vede un prete che si sveglia, guarda l'erezione
mattutina, si scandalizza e piange. Poi si vede lo stronzo che fa rumore
cadendo nell'acqua.
Scena 9: un tizio rompe dei peperoncini togliendo i semi poi li strofina
sul glande. Lacrima e si contorce, sicuramente sente un dolore atroce.
Apre continuamente la bocca come se urlasse ma non esce nessun suono: il tizio è
muto.
Scena 10: una donna corre nuda in un campo di frumento maturo, questo
succede mentre si sente la cavalcata delle valchirie di Wagner. Tre
piccioni la inseguono e poi le defecano sulla testa.
Scena 11: un regista di film porno dirige un attore che interpreta un
regista di film porno che dirige un attore che, anche lui, interpreta un
regista di un film porno che dirige un attore che interpreta il regista.
Scena 12: un orgia autunnale dove, sugli alberi, al posto delle foglie,
ci sono grovigli di persone che scopano.
Scena 13: una ragazza si masturba usando un candelotto di dinamite
acceso. Con la voce simula il rumore di un vibratore. Passa qualche
secondo e BOOM! E partono i titoli di coda.
E.
La luce,
quel nettare fatato
che il Sole partorisce
ogni mattina,
non è che il niente
paragonato alla luminosità
della tua bellezza e
del tuo sorriso.
Un discorso immaginario di mio padre (era un uomo retorico)
Ti prego ascoltami, ho qualcosa da dirti. Ho lavorato tutta la vita. Fin
da piccolo, che mio padre era morto presto e in famiglia abbiamo dovuto
arrangiarci. Non ho mai smesso un secondo, è stato faticoso, è stato un
sacrificio, ma non me ne lamento. Sono riuscito a costruire e a
provvedere alla mia famiglia. Ho cresciuto te e tuo fratello, sono
riuscito a farvi fare tutti gli anni un mese di mare e la montagna.
Pensa, lavoravo in fabbrica e poi, quando tornavo, lavoravo i campi. Ho
fatto un sacco di cose nella mia vita. Ora sono malato, il destino mi ha
fatto un brutto scherzo. Non posso lavorare. Non posso respirare. Non
posso abbracciarti. Non posso camminare. Non posso parlarti. Però una o
due cose provo a dirtele lo stesso, anzi, se per te è lo stesso te le
scrivo... Abbi cura del tuo tempo! Non sprecarlo e tienilo da conto. Non
puoi sapere quanto te ne hanno concesso. Goditelo, sfruttalo più che
puoi! Ricordati che è giusto guadagnarsi il pane ma che è meglio fare
un'ora di lavoro straordinario in meno che perdersi un solo secondo con
le persone a cui vuoi bene. Ricorda che un sorriso vale immensamente più
di qualche lira. Non vergognarti di dare un bacio a qualcuno in
pubblico. Non tenere il broncio, ma perdona e fai pace. Una carezza di
solito viene ricambiata. Non dare niente per scontato, soprattutto le
persone che ti circondano. Parla con loro, prova a conoscerle meglio,
cerca di migliorare il vostro rapporto. Non tenerti dentro delle cose da
dire per poi rischiare di non dirle mai. Bevi molta acqua, ma un poco anche
vino. Cerca di sfruttare tutte le occasioni che ti si parano davanti, se
poi va male pazienza, tu provaci! Ecco, una cosa importante: i rimorsi
sono decisamente meglio dei rimpianti. La curiosità è fame, saziala.
Metti tutto in dubbio e pensa con la tua testa. La politica è libertà,
ma solo se si partecipa. L'amore è tutto quello di cui hai bisogno,
tienilo a mente, è come diceva Lennon...
Poesia allo stato di
traccia
A, B, C, D, E.
F, G, H, I, L.
N?
M!
Perché gatto?
In un attimo interminabile,
la tua convinta indecisione
t'ha condannato a morte.
Anche se il gettarsi sotto un'auto
nel preciso istante in cui sta passando
potrebbe essere interpretato
come palese gesto suicida.
Alla fine mi è andata bene,
potevi anche essere un elefante...
Celestino Quinto
Io so' Celestino Quinto:
Cerestino
de nome e Quinto de cognome.
Me chiamò così er prete,
che mi' madre
m'abbandonò in fasce,
forse perché nun
se la sentiva de tirarme sui lei,
visto che ero nato senza li bracci.
La mi' vita senza li bracci nun è facile,
io li vedo li altri che riescono a fa' tutto
molto mejo e semplicemente de mé.
Io a bevere nu bicchiere de aqua me sbrodolo,
a 'na ar cesso senza li aiuti non posso e
se a lavamme non ce fossero le sore...
'na volta un regazzino me disse che
spiegamme cosa era la vita con li bracci
era come spiega' ar cieco cosa sono li colori.
Io non me pretendo de sape che cosa vor dire
avere li bracci,
ma quanno vedo uno che se
soffia 'l naso
me parte 'na bestemmia tant'è
che rosico: me sale un groppo ar gargarozzo!
Nun so 'nato a scòla ma 'r prezzo der vino
lo so leggere. e chello nel cartone pe' me
pare l'hanno inventato:
che se lo strigno tra
li ginocci e giro er tappo con li denti, pure
io ce riesco a famme un goccetto...
Pe' fuma, 'nvece, basta che io chiedo
ai passanti: me mettono 'a zinna 'n bocca
e ce pensano loro a' famme accenne.
Alla mi' borgata me conoscono a tutti, so'
amici miei
e me salutano pure le madri coi figlioli.
Qui ce sta sempre
quarcheduno che me mette
du' sordi nelle tasche.
Cosi me compro er vino e
pure quarche cosa de bono da magnà.
C'ho 'na stanza vicino all'oratorio che m'hanno
dato li preti
e al pomeriggio gioco al pallone
coi regazzini.
A volte però, 'sti stronzi, me mettono
in porta. E io lo saccio
che nun c'hanno cattiveria,
so' solo regazzini, ma senza li bracci
te vojo vede' a para' un tiro! Va sempre a finì
che me becco 'a palla 'n faccia.
Nun posso di che 'a mi' vita sia brutta, anche
se so' nato senza li bracci, tiro a campa' benino.
M'è capitato de incontra' chi m'ha detto che messo
come me se sarebbe ammazzato da 'n pezzo.
Io nun me lamento: ce so' cose che riesco a fa'
e altre che nun ce riesco. Ormai ce lo so...
Però c'ho un rimpianto, 'na cosa che proprio nun
me va giù a sta' senza: l'amore de una donna.
Che pure io me 'namoro stesso degli altri, ma
me tocca de sta' muto e soffri' ner silenzio,
che nun lo vole nessuna un omo senza li bracci.
Come
mandare un
racconto spettacolare in vacca
M'era venuto in mente un raccontino niente male: una storia losca, tipo
gangster movie, dove dei sicari su un treno dovevano freddare un tizio
del Jersey che aveva un conto in sospeso con un boss di New York. Intendiamoci:
non pensavo ad una storia epica piena di vendetta, sangue e che cazzo ne
so... ma piuttosto ad una novella leggera da leggere mentre
si è seduti sulla tazza del cesso, tra il "FLOP" di uno stronzo che cade
nell'acqua e il momento intimo della carta igienica. Insomma, stavo
scrivendolo questo racconto, quando squilla il telefono. Rispondo: è un
tizio di nome Frank, con un marcato accento del sud, che impreca e
m'insulta. Dice che devo smetterla d'infastidire sua figlia Rosie di
Luverne in Alabama e che, se mi becca ancora davanti al loro negozio di
ricambi per auto mentre mi masturbo, m'inchioda lo scroto al parafango
con una spara rivetti. Subito dopo mi suggerisce di bere della
candeggina e farla finita, che un uomo come me, secondo lui, non merita
di vivere. Io gli attacco il telefono in faccia, ma il folle richiama.
Allora gli dico che non sono mai stato in Alabama e che nemmeno conosco
sua figlia Rosie, ma che, tutto sommato, mi masturberei volentieri fuori
dal suo negozio di ricambi per auto a Luverne. Poi riattacco. Il tizio
non richiama più, in compenso, però, il mio racconto era andato a farsi
fottere. Ormai avevo perso il filo logico della storia, così, in attesa
che l'ispirazione tornasse, mi sono messo sul divano con una confezione
da sei e un pacchetto di sigarette. Dopo pochi minuti mi sono appisolato
e, al risveglio, ci avevo la bocca impastata e un gran mal di testa, ma
mi ricordavo la storia sul tizio del Jersey e così mi sono rimesso a
scrivere. Pensavo ad un intreccio complesso con finale ad effetto, ad
una narrazione ricca di flashback, dove vicende apparentemente slegate
si sarebbero fuse nel prosieguo del racconto. Tutto questo, l'avrei
fatto iniziare con un incipit in medias res in cui viene descritto
l'agguato sul treno dei sicari del boss di New York. Ecco quello che
sono riuscito a battere a macchina: "Alle 23:27 del primo settembre
1949, a New York City, Johnny Tigella s'apprestava a ritornare nel New
Jersey, a casa, dopo le due settimane più dure e pericolose di tutta la
sua vita. Viaggiava sul treno che da Coney Island porta al Jersey e se
ne stava seduto, quasi spensierato, nel compartimento 46 del vagone 11.
Era felice e sentiva l'animo leggero perché poco prima di salire sul
convoglio aveva rimediato una scopata con una battona di Brooklyn. Non
aveva motivo di essere spaventato o di sentirsi in pericolo: per quello
che ne sapeva aveva risolto tutti i suoi problemi ed era appena uscito
da un brutto giro e da una situazione decisamente più grossa di lui. Del
resto non aveva di cui preoccuparsi visto che Paulie Pentangelo era
morto e con lui tutti i suoi nemici..." [QUI M'È VENUTO IL PRIMO
STIMOLO, MA HO TENUTO DURO E HO CONTINUATO A BATTERE SUI TASTI] "Johhny
si sentiva finalmente un uomo libero, era pronto a cominciare una nuova
vita e a cavalcare il sogno americano che tutti desideriamo. Così, col
sorriso sulle labbra, sfogliava il giornale del mattino, seduto di
fronte a un prete e di fianco ad una signora robusta che profumava di
vaniglia. Stava leggendo la cronaca cittadina in cerca di un articolo
riguardo quello che era successo la notte prima. Era sicuro che, anche
se avessero pubblicato qualcosa, non avrebbero mai potuto scrivere il
suo nome, grazie all'immunità che i piedi piatti gli avevano garantito."
[QUI, M'È VENUTO UN ALTRO STIMOLO] "Quello che Johnny Tigella non
sapeva era che tre vagoni dietro di lui, in uno scomparto chiuso con le
tendine tirate, Paulie Alfieri e James Giannutri preparavano due pistole
e un Thompson caricandoli pazientemente con proiettili destinati a lui.
Paulie, conosciuto nell'ambiente malavitoso come un sadico bastardo, i
sui proiettili li aveva bagnati nel cianuro. Ormai era passata la
mezzanotte e il treno era più o meno a metà del tragitto. Johhny
vedeva le luci del Jersey e s'immaginava la faccia della madre che non
lo vedeva da prima della galera. Quasi non stava più nella pelle
all'idea di rivedere il suo vecchio quartiere, non che ci fosse qualcosa
o qualcuno di speciale, ma l'idea di cambiare vita e la certezza
d'averla fatta franca amplificava tutte le sue emozioni." [QUI
HO CAPITO CHE AVREI DOVUTO ANDARE A CACARE, LO STIMOLO ORMAI S'ERA FATTO
SERIAMENTE INCONTROLLABILE. HO PROVATO A BATTERE ANCORA QUALCHE RIGA]
"Paulie e James entrarono nel vagone numero 11, un passo alla volta
superarono i primi due compartimenti, poi, al terzo, videro la vittima.
Johnny non li conosceva, non li aveva mai visti: bastava tenere le armi
ben nascoste sotto gli impermeabili e freddarlo sarebbe stato un gioco
da ragazzi. Per un momento finsero di guardare dal finestrino, nel
mentre impugnarono le armi, pronti a votarsi e sputare un fiume di
piombo..." [E BASTA, NON CE L'HO FATTA SONO CORSO AL CESSO]
Immaginate la mia frustrazione: uno sta scrivendo un racconto
spettacolare e nel momento topico gli viene da cagare. Cazzo, sta storia
proprio non voleva uscire, ho fatto meno fatica a spurgare quello
stronzo stitico di prima...
Pistolettate,
sangue, bossoli, urla e il rumore del treno che frena: era tutto pronto
per un finale succulento e al cardiopalma! Pensavo anche di inserire
una scena a sorpresa! Tipo che gli assassini avvicinandosi alla vittima
per controllarne il decesso, s'accorgono d'aver colpito anche il
passeggero a fianco. Il prete o la donna, magari anche entrambi... Già
avevo in mente la scena di uno dei killer che spostava la testa della
vittima accidentale per poi scoprire (suspence) che la donna era sua madre!
Un racconto da panico eh? Beh, ero lì, seduto e pronto a
scriverlo, ma m'è venuto da cagare. Porco cazzo che rabbia! A volte la merda
è proprio una benedizione, erano tre giorni che non cagavo, onestamente
mi stavo anche preoccupando (chissà perché certe volte non cago, non me lo
riesco a spiegare) ma, cavolo, mi sono bruciato un racconto da seicento
dollari! Questo me lo pubblicavano sicuro, stavo apposto per un mese!
Cazzo! Questa volta m'è uscito uno stronzo così duro, che
spingerlo fuori m'ha fatto male al culo. Poi, quando se n'è uscito, c'è
stato un secondo di sollievo e godimento. Sì, ho perfino goduto a cagar fuori
quello stronzo lì, ma intanto sto racconto è andato in vacca. Però
potrei trarre ispirazione da questa mia disavventura di scrittore...
potrei farlo morire mentre caga 'sto tizio! Facciamo che lui è al cesso,
tutto intento a defecare, arriva l'assassino, bussa e poi si sente:
"è occupato". Poi partono tre spari a cui succedono le grida dei
passeggeri spaventati. Però così non ci può essere il finale a sorpresa.
A meno che... beh, potrei inventarmi che sto tizio, Johnny Tigella insomma,
stava al cesso con la madre del killer a farsi una sveltina. Troppo
forte come finale no? Purtroppo oramai è andato tutto in vacca, m'è
toccato andare a cagare. Cazzo!
Bipolare
Mi pare d'essere travolto
da una slavina altalenante
che mi stupra l'umore.
Se mi benedico da solo,
subito dopo, mi maledico.
E sono un senzatetto della
normalità, m'autoemargino.
Sono come sole di notte
e luna piena di giorno.
Vivo un loop infinito
di tristezza e felicità.
L'aviatore canadese
Sul suo biplano a quattro ruote
decollava il ventisette rosso.
Se non ti poteva sorpassare,
Villeneuve, provava a sorvolarti.
Anche se scelse il pilota come mestiere,
forse rimase acrobata di vocazione.
Sgommava, derapava e superava
come se gli servisse per respirare.
E nemmeno gli interessava vincere,
lui voleva solo superare il limite.
Era un Icaro gommato che
sognava più veloce della luce.
E quando un aereo supersonico
lo sfidò a singolar tenzone,
ignorò perfino la forza di gravità
e gli fece mangiare la polvere.
Salut Gilles!
SLA
È come una perfida
perfidia fatta malattia.
È un incubo infame e crudele
in cui fai il peggiore dei sogni
ma, quando ti svegli,
è addirittura peggio...
Se eri un angelo
ti trasforma in un diavolo.
E ti mangia la vita
mentre vomiti sofferenza.
Poi defeca in faccia a tutti
quelli che potevano solo
rimanere a guardare.
Appunti in caso di naufragio
-
Quando ti scontri con un iceberg, di solito, non te ne rendi conto.
Sicuramente si sentono un botto e dei rumori metallici, ma se non
passano inosservati, va a finire che si sottostimano e poi si inizia ad
imbarcare acqua lentamente, una goccia alla volta. Quando si affonda,
però, difficilmente è per una rottura alla pompa di sentina e svendere
le scialuppe di salvataggio non è mai una buona idea.
- Anche se, durante una crociera, uno vorrebbe ballare sul ponte fino alla fine del viaggio, spesso si
ritrova nella stiva a spalare il carbone. La cosa ironica è che, la
maggior parte delle volte, quello che spala il carbone, in quella
posizione, ci si è messo da solo.
-
Ci sono due modi in cui uno può andar per mare, con questo non voglio
dire che uno dei modi è stare al timone perché, al timone, non ci sta
mai nessuno. Le opzioni, come
dicevo, sono due: ti puoi mettere a prua e aspettare l'orizzonte che
oltrepasserai, mentre il vento ti accarezza la faccia, oppure andare a
poppa, contemplare l'orizzonte che hai appena superato, e guardare la
scia schiumosa che l'imbarcazione lascia dietro di sé. In genere solo
una di queste due opzioni ha come risultato una nave che affonda.
- Che sia un maelström, la tempesta perfetta o una semplice
maretta, è importante ricordare che il mal di mare non lascia cicatrici.
-
Il sapore acre dell'acqua salata è qualcosa con cui devi imparare a
convivere, ma nei ricordi sembra sempre più buono di quando ti capita di
bere. In ogni caso, non importa quanto sarà sterminata la massa d'acqua
che ti troverai davanti: avrai sempre e comunque una sete assurda.
-
I mostri marini non esistono, ma le balene bianche sì. Gli squali fanno
molta paura, ma solo fin quando non sei caduto in acqua. Quando ci cadi,
nella maggior parte dei casi, pregherai affinché arrivino presto.
-
Mi è capitato di vedere il capitano di un transatlantico piangere e
disperarsi inginocchiato sul ponte. Una volta quello di una petroliera
incagliata si è suicidato. I delfini, spesso, finiscono dilaniati dalle
eliche. Le lacrime dei marinai civili sono di coccodrillo, mentre quelle
più salate scendono dagli occhi di chi scende dalle portaerei. L'uomo
con la barca a remi, invece, sorride sempre.
-
Saper fare i nodi non serve a niente, la cosa importante è saper
nuotare. Detto questo, nessuno vi prenderà mai su una nave, nemmeno come
mozzo, se non saprete fare bene i nodi. Se annodate bene vi prenderanno
anche se non sapete nuotare, poco importa se sulle imbarcazioni moderne
non ci sono corde.
-
L'amore è un bene per l'uomo ma è un male per mare. L'amore potrebbe
farvi restare su una nave anche se questa sta per affondare. Il
salvagente, poi, è studiato per una sola persona. Le scialuppe, invece,
le svendono all'ultimo momento.
-
Un'ultima cosa: è importante ricordare che, anche se sembra una cosa
impossibile, si può deragliare anche senza essere sulle rotaie. E
deragliare è sempre una cosa molto, molto, positiva.
Ode
alla penetrazione
Quando le tue labbra, succulente
e morbide, baciano il mio glande
e poi l'abbracciano lascivamente,
sento erompere un virgulto di giubilo
amoroso e di gaudio sessuale.
E la tua carne mi pare quasi
di penetrarla misticamente,
mentre scivolo in un universo
caldo e umido di fuoco bagnato.
Poi, quando le sinapsi sensoriali
deflagrano orgiasticamente salendomi
su per la schiena, manco fossero il
superbo perlage d'un erotico champagne,
godo nel ritrarmi per poi irrompere
dolcemente in un altro assalto genitale.
Perché l'apice godurioso non è tanto
l'istante inebriante dell'orgasmo, ma
quello in cui la tua vagina m'accoglie e
in cui mi sento amato, virile e potente.
Acqua gassata
È una briosa carezza sul mio palato,
un solletico delicato per le mie papille...
Ma pure uno sbuffo gassoso
e pregno d'olezzo per il mio ano.
Il passero
Il passero volava leggero,
come se fosse fatto di vento.
Il suo piumaggio argenteo
rifletteva il nitore del sole.
I suoi occhi, invece, l'emozione
di chi sfiora il paradiso da sotto.
E volteggiava, planava, si buttava
in picchiata e poi risaliva.
Era una vita in volo pindarico,
bastava evitare quel parabrezza...
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