Mi par di scivolar sul tempo
come fosse un fiume ghiacciato.
Torno a casa, faccio un respiro,
ed è di già il giorno dopo.
Così provo ad andare di fretta
per tentar di far qualcosa, ma
più corro, più il traguardo s'allontana.
E sono sommerso da utopie in sospeso
a cui non so rinunciare.
E mi par quasi di spostar l'oceano
una goccia alla volta.


E.

L'incandescente abbraccio
della tua carne pallida
è come una sinfonia di sogno
che rimbomba, all'unisono,
nel cuore e nel cervello.
Anche la cosa più viziosa,
tra ciò che abbiamo osato,
si trasforma in qualcosa
di dolce, puro, delicato e casto.
Sei come magma d'amore
che scivola sul mio sesso.


Cronistoria telefonico-romantica parzialmente autobiografica

Ho il tuo numero, me l'hai dato quando ci siamo rivisti al tuo paese. Ti mando un SMS. Rispondi. Te ne mando un altro. Rispondi ancora. Poi smetto, non mi va di esagerare... Qualche giorno dopo sei diventata mia amica in un social network. Una volta, dopo il lavoro, ti ho trovata online e abbiamo chattato per un'ora. Il giorno dopo ti ho mandato tre SMS, Quello dopo ancora ti ho telefonato. Ti ho strappato un appuntamento, o qualcosa di simile, col mio modo rozzo e sconclusionato di fare. Siamo usciti ed è andato tutto bene. Per me è stato un po' strano, ero anche parecchio teso: non uscivo con una ragazza da diverso tempo. La cosa più difficile è stato tenere vivo il discorso. Non che mi mancassero le cose da dire, sono sempre pieno di cose da dire, ma fare una cernita per non annoiarti è stato difficile, alla fine non ti conoscevo benissimo. Poi è sempre una battaglia con me stesso, tendo alla malinconia e posso cadere in momenti di silenziosa riflessione. È filato tutto liscio, comunque, e la sera stessa abbiamo battuto il record con sette SMS. Uscire con te è stato un bene, mi sono divertito, ma ho sentito anche una sorta di paura diffidente che non sono riuscito a decifrare. Quattro SMS il lunedì, cinque il martedì. Il mercoledì sera, però, ti telefono, che così giovedì usciamo. Ti invito a cena e tu accetti: mangiamo, passeggiamo e parliamo. Avevi detto: "niente dolce che sono a dieta", ma c'è scappato un gelato: lo mangiamo, poi passeggiamo e parliamo. Ad un certo punto ci siamo fermati, ti ho presa in giro e tu hai riso. Ti sei avvicinata e m'hai baciato. È stato bello ma ricordo d'aver pensato che per un bacio era momento strano, sembrava quasi fosse qualcosa di cercato in modo forzato, come se dovessimo interpretare una scena da film. Ma queste sono le mie solite paranoie, baciarti m'è piaciuto, anche se già c'ho il magone. Che non è quello della scuola, non sono finite le vacanze. C'è qualcosa di strano, mi sa che in queste cose ho bisogno del mio tempo: ho la digestione lenta, se forzo mi rimane tutto sullo stomaco. E le cose sono andate avanti bene, almeno così m'era sembrato: un SMS, due SMS, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, dieci, venti, trenta, quaranta. Due ore e quaranta minuti di telefonate. Siamo usciti a cena tre volte e al cinema due. Sei stata simpatica, m'hai fato ridere. È una cosa inusuale per me, di solito sono io a strappare un sorriso. La prima volta che abbiamo fatto l'amore è stato stupendamente naturale, è stato diverso da tutte le mie altre volte e poi ti ho desiderata parecchio. Forse abbiamo aspettato il tempo giusto, forse abbiamo colto l'attimo, non saprei dire quale sia il motivo, ma è stato magico: mi sono sentito, non so come dire: in pace? sereno? Sembrava di essere già rodati, insomma, come se lo facessimo da sempre. Comincio a covare qualcosa. Provo a razionalizzare. Nel frattempo continuo con le chiamate e gli SMS. Continuiamo pure con il social network. Usciamo, giochiamo, parliamo. Una sera che piove, ci ripariamo sotto un tetto e tu mi baci. Ti abbraccio tenendoti sotto la mia giacca marrone di lana cotta. Ma mi sento strano, non sono infelice ma neppure felice. Provo ad ascoltare il mio cuore. Il solito verdetto: non sento niente, anzi, non so cosa sento, anzi, sento solo paura. Il panico è più forte di tutto. Sono confuso. Sono impaurito. Ti mando tre SMS, non ti chiamo più ma alla fine mi chiami tu. Non lo dici ma mi trovi più freddo. Forse sono io che mi immagino tutto. E c'ho un magone che mi stringe lo stomaco. Mi sento come se mi mancasse l'aria. Come se fossi intrappolato in una situazione diventata pesante. Mi sono cacciato in un guaio, in qualcosa più grande di me. Tre SMS, poi due. Rispetto all'inizio si è ribaltato tutto: tu scrivi e io rispondo. Due SMS e divento sfuggente, me ne rendo conto. Forse sospetti qualcosa. Vuol dire che sei più lucida di me. Io sono annebbiato e ingabbiato dal terrore. Mi viene quasi da piangere, non reggo la situazione. Due SMS. Ho raggiunto il mio limite, sono stravolto e cedo di schianto. Invento una scusa e ti bidono, esco con i miei amici. Mi sento l'anima in tumulto. Parlo poco e forse sono un po' strano. Loro non si accorgono di niente, taciturno e strano, del resto,  lo sono spesso. Un SMS. Non ti rispondo e mi sento stronzo. Però non non so cosa dire, cosa scriverti. Due SMS. Vuoi vedermi. Vuoi parlare. Io non ce la faccio più, mi viene da piangere e mi sento un assassino. Tu sei affettuosa. Sei simpatica, ma forzata: hai capito. Ci vediamo. Parliamo. Penso alla mia brutta abitudine d'ingigantire e complicare le cose: alla fine ci conosciamo da poco, almeno intimamente. Io ho rimuginato dall'inizio, sono macchinoso e paranoico e magari tu non l'hai presa così seriamente. I nostri discorsi sono vaghi, è tutta un'attesa di quello che deve succedere. Non sono mai stato così male e vorrei morire. Parlo poco. Tu hai capito, ormai è evidente. Non sono mai stato pratico di queste cose, non so cosa dire. Non voglio temporeggiare, è una situazione insostenibile. Soffro terribilmente. Tu mi vieni incontro. Senza giri di parole arriviamo al punto. Non so cosa succede di solito. Non so cosa dirti, non so se è meglio essere sincero, se ammorbidire o essere brutale. Poi ci sono degli istanti lunghi come tutta una vita. E silenzi imbarazzanti. Tutta questa situazione l'ho resa più grande di quello che è in realtà. Sicuramente esagero: alla fine potrebbe non fregartene niente di me. Ci conosciamo da poco. Mi sento di merda. davvero di merda, ma ancora non è niente. Tu ti alzi, mi dici: "peccato". Mi abbracci e mi saluti. Sembrerebbe bello come addio, anche se, in quanto tale, è comunque brutto. Poi però ti vedo gli occhi lucidi e, vagamente, forse una lacrima. Non so, forse me la immagino, ma è la cosa che mi uccide. Lo so, è solo colpa mia. Anche ora che è tutto finito non mi sento affatto meglio. Non ti sento più. Non ti sentirò più. Mi ha tolto dagli amici del social network. Zero SMS. Zero telefonate. Per un po' mi sento in colpa.  Poi mi passa. Quando ti ripenso però il dolore ritorna, ed è terribile. Forse non sono fatto per l'amore. Forse ho fatto un errore. Ma non ci voglio pensare: è troppo straziante.


Bozza di sceneggiatura per film porno

Scena 1: un negro (negro nei film porno si può dire) serve al bancone di un fruttivendolo. Prende un anguria matura, la incide facendoci un buco, ci infila il membro e comincia a pompare. Questo succede davanti a tutti. Poi una vecchia dai capelli argentati chiede delle arance, il negro smette di pompare e la serve con il membro penzolante. La vecchia paga e l'uomo ritorna a pompare l'anguria.
Scena 2: un uomo vestito da gorilla infila una banana nella vagina di una donna vestita da infermiera. La donna è messa a novanta e fa il verso della gallina. Dopo l'orgasmo si abbassa a gambe aperte mentre le esce un uovo dal culo.
Scena 3: un prete si sveglia, guarda l'erezione mattutina, si scandalizza e piange.
Scena 4: un benzinaio si masturba mentre fa il pieno a una bella signora con il Mercedes. Si fa pagare mentre sta per venire poi le sborra in bocca.
Scena 5: Dopo la posizione del missionario sotto le coperte, un uomo si alza in piedi e urla disperato:"BANALE!". Subito dopo si spara in testa mentre la donna ride in modo isterico.
Scena 6: un cane annusa nell'aria l'odore di una cagna in calore e, smaniando, comincia a fottere la gamba della padrona novantenne.
Scena 7: un uomo va in un negozio di vestititi, si prova un abito elegante e, nel camerino, si infila una matita nell'uretra.
Scena 8: Si vede l'interno di un water usato da una donna mentre esce uno stronzo. Poi si vede un prete che si sveglia, guarda l'erezione mattutina, si scandalizza e piange. Poi si vede lo stronzo che fa rumore cadendo nell'acqua.
Scena 9: un tizio rompe dei peperoncini togliendo i semi poi li strofina sul glande. Lacrima e si contorce, sicuramente sente un dolore atroce. Apre continuamente la bocca come se urlasse ma non esce nessun suono: il tizio è muto.
Scena 10: una donna corre nuda in un campo di frumento maturo, questo succede mentre si sente la cavalcata delle valchirie di Wagner. Tre piccioni la inseguono e poi le defecano sulla testa.
Scena 11: un regista di film porno dirige un attore che interpreta un regista di film porno che dirige un attore che, anche lui, interpreta un regista di un film porno che dirige un attore che interpreta il regista.
Scena 12: un orgia autunnale dove, sugli alberi, al posto delle foglie, ci sono grovigli di persone che scopano.
Scena 13: una ragazza si masturba usando un candelotto di dinamite acceso. Con la voce simula il rumore di un vibratore. Passa qualche secondo e BOOM! E partono i titoli di coda.


C.

La luce,
quel nettare fatato
che il Sole partorisce
ogni mattina,
non è che il niente
paragonato alla luminosità
della tua bellezza e
del tuo sorriso.


Un discorso immaginario di mio padre (era un uomo retorico)

Ti prego ascoltami, ho qualcosa da dirti. Ho lavorato tutta la vita. Fin da piccolo, che mio padre era morto presto e in famiglia abbiamo dovuto arrangiarci. Non ho mai smesso un secondo, è stato faticoso, è stato un sacrificio, ma non me ne lamento. Sono riuscito a costruire e a provvedere alla mia famiglia. Ho cresciuto te e tuo fratello, sono riuscito a farvi fare tutti gli anni un mese di mare e la montagna. Pensa, lavoravo in fabbrica e poi, quando tornavo, lavoravo i campi. Ho fatto un sacco di cose nella mia vita. Ora sono malato, il destino mi ha fatto un brutto scherzo. Non posso lavorare. Non posso respirare. Non posso abbracciarti. Non posso camminare. Non posso parlarti. Però una o due cose provo a dirtele lo stesso, anzi, se per te è lo stesso te le scrivo... Abbi cura del tuo tempo! Non sprecarlo e tienilo da conto. Non puoi sapere quanto te ne hanno concesso. Goditelo, sfruttalo più che puoi! Ricordati che è giusto guadagnarsi il pane ma che è meglio fare un'ora di lavoro straordinario in meno che perdersi un solo secondo con le persone a cui vuoi bene. Ricorda che un sorriso vale immensamente più di qualche lira. Non vergognarti di dare un bacio a qualcuno in pubblico. Non tenere il broncio, ma perdona e fai pace. Una carezza di solito viene ricambiata. Non dare niente per scontato, soprattutto le persone che ti circondano. Parla con loro, prova a conoscerle meglio, cerca di migliorare il vostro rapporto. Non tenerti dentro delle cose da dire per poi rischiare di non dirle mai. Bevi molta acqua, un poco anche vino. Cerca di sfruttare tutte le occasioni che ti si parano davanti, se poi va male pazienza, tu provaci! Ecco, una cosa importante: i rimorsi sono decisamente meglio dei rimpianti. La vita è bella, goditela più che puoi!


Celestino Quinto

Io so' Celestino Quinto: Cerestino
de nome e Quinto de cognome.
Me chiamò così er prete, che mi' madre
m'abbandonò in fasce, forse perché nun
se la sentiva de tirarme sui lei,
visto che ero nato senza li bracci.

La mi' vita senza li bracci nun è facile,
io li vedo li altri che riescono a fa' tutto
molto mejo e semplicemente de mé.
Io a bevere nu bicchiere de aqua me sbrodolo,
a 'na ar cesso senza li aiuti non posso e
se a lavamme non ce fossero le sore...

'na volta un regazzino me disse che
spiegamme cosa era la vita con li bracci
era come spiega' ar cieco cosa sono li colori.
Io non me pretendo de sape che cosa vor dire
avere li bracci, ma quanno vedo uno che se
soffia 'l naso me parte 'na bestemmia tant'è
che rosico: me sale un groppo ar gargarozzo!

Nun so 'nato a scòla ma 'r prezzo der vino
lo so leggere. e chello nel cartone pe' me
pare l'hanno inventato: che se lo strigno tra
li ginocci e giro er tappo con li denti, pure
io ce riesco a famme un goccetto...

Pe' fuma, 'nvece, basta che io chiedo
ai passanti: me mettono 'a zinna 'n bocca
e ce pensano loro a' famme accenne.

Alla mi' borgata me conoscono a tutti, so'
amici miei e me salutano pure le madri coi figlioli.
Qui ce sta sempre quarcheduno che me mette
du' sordi nelle tasche. Cosi me compro er vino e
pure quarche cosa de bono da magnà.

C'ho 'na stanza vicino all'oratorio che m'hanno
dato li preti e al pomeriggio gioco al pallone
coi regazzini. A volte però, 'sti stronzi, me mettono
in porta. E io lo saccio che nun c'hanno cattiveria,
so' solo  regazzini, ma senza li bracci
te vojo vede' a para' un tiro! Va sempre a finì
che me becco 'a palla 'n faccia.

Nun posso di che 'a mi' vita sia brutta, anche
se so' nato senza li bracci, tiro a campa' benino.
M'è capitato de incontra' chi m'ha detto che messo
 come me se sarebbe ammazzato da 'n pezzo.
Io nun me lamento: ce so' cose che riesco a fa'
e altre che nun ce riesco. Ormai ce lo so...

 Però c'ho un rimpianto, 'na cosa che proprio nun
 me va giù a sta' senza: l'amore de una donna.
 Che pure io me 'namoro stesso degli altri, ma
me tocca de sta' muto e soffri' ner silenzio,
che nun lo vole nessuna un omo senza li bracci.


Come mandare un racconto spettacolare in vacca

M'era venuto in mente un raccontino niente male: una storia losca, tipo gangster movie, dove dei sicari su un treno dovevano freddare un tizio del Jersey che aveva un conto in sospeso con un boss di New York. Intendiamoci: non pensavo ad una storia epica piena di vendetta, sangue e che cazzo ne so... ma piuttosto ad una novella leggera da leggere mentre si è seduti sulla tazza del cesso, tra il "FLOP" di uno stronzo che cade nell'acqua e il momento intimo della carta igienica. Insomma, stavo scrivendolo questo racconto, quando squilla il telefono. Rispondo: è un tizio di nome Frank, con un marcato accento del sud, che impreca e m'insulta. Dice che devo smetterla d'infastidire sua figlia Rosie di Luverne in Alabama e che, se mi becca ancora davanti al loro negozio di ricambi per auto mentre mi masturbo, m'inchioda lo scroto al parafango con una spara rivetti. Subito dopo mi suggerisce di bere della candeggina e farla finita, che un uomo come me, secondo lui, non merita di vivere. Io gli attacco il telefono in faccia, ma il folle richiama. Allora gli dico che non sono mai stato in Alabama e che nemmeno conosco sua figlia Rosie, ma che, tutto sommato, mi masturberei volentieri fuori dal suo negozio di ricambi per auto a Luverne. Poi riattacco. Il tizio non richiama più, in compenso, però, il mio racconto era andato a farsi fottere. Ormai avevo perso il filo logico della storia, così, in attesa che l'ispirazione tornasse, mi sono messo sul divano con una confezione da sei e un pacchetto di sigarette. Dopo pochi minuti mi sono appisolato e, al risveglio, ci avevo la bocca impastata e un gran mal di testa, ma mi ricordavo la storia sul tizio del Jersey e così mi sono rimesso a scrivere. Pensavo ad un intreccio complesso con finale ad effetto, ad una narrazione ricca di flashback, dove vicende apparentemente slegate si sarebbero fuse nel prosieguo del racconto. Tutto questo, l'avrei fatto iniziare con un incipit in medias res in cui viene descritto l'agguato sul treno dei sicari del boss di New York. Ecco quello che sono riuscito a battere a macchina: "Alle 23:27 del primo settembre 1949, a New York City, Johnny Tigella s'apprestava a ritornare nel New Jersey, a casa, dopo le due settimane più dure e pericolose di tutta la sua vita. Viaggiava sul treno che da Coney Island porta al Jersey e se ne stava seduto, quasi spensierato, nel compartimento 46 del vagone 11. Era felice e sentiva l'animo leggero perché poco prima di salire sul convoglio aveva rimediato una scopata con una battona di Brooklyn. Non aveva motivo di essere spaventato o di sentirsi in pericolo: per quello che ne sapeva aveva risolto tutti i suoi problemi ed era appena uscito da un brutto giro e da una situazione decisamente più grossa di lui. Del resto non aveva di cui preoccuparsi visto che Paulie Pentangelo era morto e con lui tutti i suoi nemici..." [QUI M'È VENUTO IL PRIMO STIMOLO, MA HO TENUTO DURO E HO CONTINUATO A BATTERE SUI TASTI] "Johhny si sentiva finalmente un uomo libero, era pronto a cominciare una nuova vita e a cavalcare il sogno americano che tutti desideriamo. Così, col sorriso sulle labbra, sfogliava il giornale del mattino, seduto di fronte a un prete e di fianco ad una signora robusta che profumava di vaniglia. Stava leggendo la cronaca cittadina in cerca di un articolo riguardo quello che era successo la notte prima. Era sicuro che, anche se avessero pubblicato qualcosa, non avrebbero mai potuto scrivere il suo nome, grazie all'immunità che i piedi piatti gli avevano garantito." [QUI, M'È VENUTO UN ALTRO STIMOLO] "Quello che Johnny Tigella non sapeva era che tre vagoni dietro di lui, in uno scomparto chiuso con le tendine tirate, Paulie Alfieri e James Giannutri preparavano due pistole e un Thompson caricandoli pazientemente con proiettili destinati a lui. Paulie, conosciuto nell'ambiente malavitoso come un sadico bastardo, i sui proiettili li aveva bagnati nel cianuro. Ormai era passata la mezzanotte e il treno era più o meno a metà del tragitto.  Johhny vedeva le luci del Jersey e s'immaginava la faccia della madre che non lo vedeva da prima della galera. Quasi non stava più nella pelle all'idea di rivedere il suo vecchio quartiere, non che ci fosse qualcosa o qualcuno di speciale, ma l'idea di cambiare vita e la certezza d'averla fatta franca amplificava tutte le sue emozioni." [QUI HO CAPITO CHE AVREI DOVUTO ANDARE A CACARE, LO STIMOLO ORMAI S'ERA FATTO SERIAMENTE INCONTROLLABILE. HO PROVATO A BATTERE ANCORA QUALCHE RIGA] "Paulie e James entrarono nel vagone numero 11, un passo alla volta superarono i primi due compartimenti, poi, al terzo, videro la vittima. Johnny non li conosceva, non li aveva mai visti: bastava tenere le armi ben nascoste sotto gli impermeabili e freddarlo sarebbe stato un gioco da ragazzi. Per un momento finsero di guardare dal finestrino, nel mentre impugnarono le armi, pronti a votarsi e sputare un fiume di piombo..." [E BASTA, NON CE L'HO FATTA SONO CORSO AL CESSO] Immaginate la mia frustrazione: uno sta scrivendo un racconto spettacolare e nel momento topico gli viene da cagare. Cazzo, sta storia proprio non voleva uscire, ho fatto meno fatica a spurgare quello stronzo stitico di prima... Pistolettate, sangue, bossoli, urla e il rumore del treno che frena: era tutto pronto per un finale succulento e al cardiopalma! Pensavo anche di inserire una scena a sorpresa! Tipo che gli assassini avvicinandosi alla vittima per controllarne il decesso, s'accorgono d'aver colpito anche il passeggero a fianco. Il prete o la donna, magari anche entrambi... Già avevo in mente la scena di uno dei killer che spostava la testa della vittima accidentale per poi scoprire (suspence) che la donna era sua madre! Un racconto da panico eh? Beh, ero lì, seduto e pronto a  scriverlo, ma m'è venuto da cagare. Porco cazzo che rabbia! A volte la merda è proprio una benedizione, erano tre giorni che non cagavo, onestamente mi stavo anche preoccupando (chissà perché certe volte non cago, non me lo riesco a spiegare) ma, cavolo, mi sono bruciato un racconto da seicento dollari! Questo me lo pubblicavano sicuro, stavo apposto per un mese! Cazzo! Questa volta m'è uscito uno stronzo così duro, che spingerlo fuori m'ha fatto male al culo. Poi, quando se n'è uscito, c'è stato un secondo di sollievo e godimento. Sì, ho perfino goduto a cagar fuori quello stronzo lì, ma intanto sto racconto è andato in vacca. Però potrei trarre ispirazione da questa mia disavventura di scrittore... potrei farlo morire mentre caga 'sto tizio! Facciamo che lui è al cesso, tutto intento a defecare, arriva l'assassino, bussa e poi si sente: "è occupato". Poi partono tre spari a cui succedono le grida dei passeggeri spaventati. Però così non ci può essere il finale a sorpresa. A meno che... beh, potrei inventarmi che sto tizio, Johnny Tigella insomma, stava al cesso con la madre del killer a farsi una sveltina. Troppo forte come finale no? Purtroppo oramai è andato tutto in vacca, m'è toccato andare a cagare. Cazzo!


Bipolare

Mi pare d'essere travolto
da una slavina altalenante
che mi stupra l'umore.
Se mi benedico da solo,
subito dopo, mi maledico.
E sono un senzatetto della
normalità, m'autoemargino.
Sono come sole di notte
e luna piena di giorno.
Vivo un loop infinito
di tristezza e felicità.


Io

Adorabilmente dolce,
generosamente delizioso e
splendidamente sincero.

Crudelmente perfido,
diabolicamente primitivo e
dionisicamente sregolato.


 


Appunti in caso di naufragio

- Quando ti scontri con un iceberg, di solito, non te ne rendi conto. Sicuramente si sentono un botto e dei rumori metallici, ma se non passano inosservati, va a finire che si sottostimano e poi si inizia ad imbarcare acqua lentamente, una goccia alla volta. Quando si affonda, però, difficilmente è per una rottura alla pompa di sentina e svendere le scialuppe di salvataggio non è mai una buona idea.
- Anche se, durante una crociera, uno vorrebbe ballare sul ponte fino alla fine del viaggio, spesso si ritrova nella stiva a spalare il carbone. La cosa ironica è che, la maggior parte delle volte, quello che spala il carbone, in quella posizione, ci si è messo da solo.
- Ci sono due modi in cui uno può andar per mare, con questo non voglio dire che uno dei modi è stare al timone perché, al timone, non ci sta mai nessuno. Le opzioni, come dicevo, sono due: ti puoi mettere a prua e aspettare l'orizzonte che oltrepasserai, mentre il vento ti accarezza la faccia, oppure andare a poppa, contemplare l'orizzonte che hai appena superato, e guardare la scia schiumosa che l'imbarcazione lascia dietro di sé. In genere solo una di queste due opzioni ha come risultato una nave che affonda.
-  Che sia un maelström, la tempesta perfetta o una semplice maretta, è importante ricordare che il mal di mare non lascia cicatrici.
- Il sapore acre dell'acqua salata è qualcosa con cui devi imparare a convivere, ma nei ricordi sembra sempre più buono di quando ti capita di bere. In ogni caso, non importa quanto sarà sterminata la massa d'acqua che ti troverai davanti: avrai sempre e comunque una sete assurda.
- I mostri marini non esistono, ma le balene bianche sì. Gli squali fanno molta paura, ma solo fin quando non sei caduto in acqua. Quando ci cadi, nella maggior parte dei casi, pregherai affinché arrivino presto.
- Mi è capitato di vedere il capitano di un transatlantico piangere e disperarsi inginocchiato sul ponte. Una volta quello di una petroliera incagliata si è suicidato. I delfini, spesso, finiscono dilaniati dalle eliche. Le lacrime dei marinai civili sono di coccodrillo, mentre quelle più salate scendono dagli occhi di chi scende dalle portaerei. L'uomo con la barca a remi, invece, sorride sempre.
- Saper fare i nodi non serve a niente, la cosa importante è saper nuotare. Detto questo, nessuno vi prenderà mai su una nave, nemmeno come mozzo, se non saprete fare bene i nodi. Se annodate bene vi prenderanno anche se non sapete nuotare, poco importa se sulle imbarcazioni moderne non ci sono corde.
- L'amore è un bene per l'uomo ma è un male per mare. L'amore potrebbe farvi restare su una nave anche se questa sta per affondare. Il salvagente, poi, è studiato per una sola persona. Le scialuppe, invece, le svendono all'ultimo momento.
- Un'ultima cosa: è importante ricordare che, anche se sembra una cosa impossibile, si può deragliare anche senza essere sulle rotaie. E deragliare è sempre una cosa molto, molto, positiva.


Ode alla penetrazione

Quando le tue labbra, succulente
e morbide, baciano il mio glande
e poi l'abbracciano lascivamente,
sento erompere un virgulto di giubilo
amoroso e di gaudio sessuale.
E la tua carne mi pare quasi
di penetrarla misticamente,
mentre scivolo in un universo
caldo e umido di fuoco bagnato.
Poi, quando le sinapsi sensoriali
deflagrano orgiasticamente salendomi
su per la schiena, manco fossero il
superbo perlage d'un erotico champagne,
godo nel ritrarmi per poi irrompere
dolcemente in un altro assalto genitale.
Perché l'apice godurioso non è tanto
l'istante inebriante dell'orgasmo, ma
quello in cui la tua vagina m'accoglie e
in cui mi sento amato, virile e potente.


Acqua gassata

È una briosa carezza sul mio palato,
un solletico delicato per le mie papille...
Ma pure uno sbuffo gassoso
e pregno d'olezzo per il mio ano.


Il passero

Il passero volava leggero,
come se fosse fatto di vento.
Il suo piumaggio argenteo
rifletteva il nitore del sole.
I suoi occhi, invece, l'emozione
di chi sfiora il paradiso da sotto.
E volteggiava, planava, si buttava
in picchiata e poi risaliva.
Era una vita in volo pindarico,
bastava evitare quel parabrezza...